Etna EST EST EST, 2 giorni, quattro cantine e tante risate!

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“Fla sto organizzando un press tour per Etna Est Est Est, saresti libera il…”, inizia così, con una telefonata, una delle due giorni più divertenti di questa fine estate.

Cristina Cocuzza, curatrice dell’evento e mia nuovissima amica, mi ha sorpresa e travolta con il suo contagioso entusiasmo e per la prima volta, coinvolgendo anche un’altra simpatica collega, Valeria Zingale, ho deciso di abbandonare il comfort della mia scalcinata Picasso e optare per un comodo viaggio in treno fino a Catania…

Ora, chi ben mi conosce starà già soffocando dalle risate pensando alla mia atavica fobia dei virus e dei luoghi chiusi ed affollati (a cui si aggiungono qualche altro centinaio di “piccole” trascurabili fissazioni, ma
non ho davvero il tempo elencarle tutte!), ma ragazzi, stavolta mi sono davvero superata!

Dopo una serie di abluzioni di amuchina, la richiesta di protezione inoltrata a tutti i numi tutelari della salute, un check-up della immancabile FFP3 e una decina di goccine di Tranquivit (così, giusto per sicurezza), in attesa della mia compagna di viaggio, ho identificato il vagone più isolato di tutti e, disposta all’attesa, ho iniziato a riguardare qualche appunto, senonché un annuncio dell’altoparlante interno mi ha
fatta letteralmente saltare giù dal sedile!

Avevo sbagliato treno! Per la prima volta nella mia vita ero in anticipo e per poco non finivo a Timbuctù! Nella fretta di porre rimedio alla mia “insignificante” svista, ho
travolto un ignaro e cortesissimo Capotreno che si era involontariamente trovato sulla traiettoria del mio salto in lungo, per fortuna senza conseguenze.

Trovato e ricontrollato (3 volte, per non esagerare…) il giusto treno, sanificato con il mio immancabile disinfettante spray il sedile, scelto il posto che assecondava il senso di marcia, finalmente mi è apparsa una sorridente Valeria con cui dopo i convenevoli di rito, abbiamo iniziato una fitta conversazione su temi di fondamentale importanza sociale (il giusto outfit, scarpe comode o tacchi, trolley mini o midi… ), mentre il treno procedeva nella sua lunga marcia, insomma, totalmente assorbite dalle nostre elucubrazioni di coppia, non abbiamo notato che la sosta in una stazione si stava protraendo più del dovuto.

All’improvviso però una voce ci ha richiamate all’ordine e noi stizzite credendo si trattasse ancora una volta di mostrare il ticket di viaggio, ci siamo voltate pronte alla protesta per sentirci però dire che eravamo giunte a destinazione da oltre mezz’ora… E indovinate chi riprendeva modello scolarette impreparate?

Lo stesso capotreno che avevo travolto qualche ora prima e, ovviamente, anche lui mi aveva riconosciuta e, infatti, mi ha apostrofata con un acidino “Lei è la signora che ha sbagliato treno, deve essere
particolarmente distratta oggi…”. Ma dico, non c’erano altri impiegati in Ferrovia? E dove era finita la sua cortesia? Ovviamente, abbiamo riso fino alle lacrime fino all’arrivo della nostra “autista” personale di giornata, Cristina Cocuzza e con lei è iniziato il nostro press tour: 4 Cantine in due giorni.

Michele Scammacca e Claudio Di Maria

Prima tappa la Tenuta San Michele di Cantine Murgo, giusto un cambio d’abito al volo (e che l’ho riempita a fare la valigia altrimenti?) e via alla visita guidata della tenuta pregna di storia e tradizioni ma con l’occhio attento sulle tecnologie di produzione e imbottigliamento. Subito dopo, la deliziosa cena con degustazione che ha visto protagoniste assolute le bollicine dell’Extra Brut Metodo Classico 2011 in formato Magnum, che hanno letteralmente stravolto (come se avessi bisogno di elementi di confusione indotti…) con i profumi e il perlage elegante, i palati di noi giornalisti incantati dal friccicorio entusiasmante che si trasmetteva dal calice alla nostra anima. Emozioni liquide che neppure gli ottimi Etna Bianco 2019, l’Etna Rosso 2017 e il Moscato Passito 2017 di Tenuta San Michele, hanno potuto neanche lontanamente eguagliare.

Il tempo di far condensare i pensieri e tutti a nanna, pronti alla seconda impegnativa giornata. Ad attenderci le vigne della Cantina Gambino, della famiglia Raciti, dove una preparatissima Federica Milazzo ci ha illuminato sulle modifiche apportate alla tenuta sin dal 2012 per ottenere una delle più proficue realtà ricettive del versante est dell’Etna che accoglie oltre 35.000 turisti l’anno.

25 Ettari di terreni, ambienti moderni, una cantina scavata nella roccia che scende per oltre 10 metri sottoterra, costruzioni a bassissimo impatto ambientale ideate di concetto con il Parco dell’Etna, danno l’impressione di trovarsi in un antico castello in cui le vigne degli anni ‘80 disposte ad anfiteatro e a “tappeto verde”, sembrano fare da sfondo alle vicende di cui, in realtà, sono esse stesse attrici protagoniste.

L’idea di fondo è minimizzare l’impatto sul territorio e produrre in biologico (non ancora certificato, ma effettivo dalla vigna alla bottiglia) vini che abbiano un’anima. Considerato la “giovane” età della produzione moderna (iniziata dal 2012), l’obiettivo può considerarsi centrato, per quel che concerne il Petto Dragone DOC, vino di punta della linea, puro nerello mascalese, macerato per almeno venti giorni e poi messo a riposo in grandi botti per un anno e per un altro anno in bottiglia.

I suoi profumi sono quelli dei roseti, al palato restano pungenti i sentori di spezie e tabacco, che però non tolgono il piacere di sentire fra le labbra una accentuata mineralità che lo rende un vino strutturato ma al contempo piacevolmente sapido.

La generosità della famiglia Raciti (Mariagrazia, Filadelfo e Francesco) e dell’entusiasta Federica, ha fatto sì che la prevista degustazione di 4 vini, si trasformasse in un assaggio di tutta la produzione dall’Alicante al Cantari, passando per il Tifeo e l’Etna Spumante… Il tutto accompagnato da un pantagruelico spuntino di metà mattina, che mi ha spinto a considerare l’ipotesi di diventare fan delle colazioni salate.

Azienda Vinicola Barone di Villagrande

Da Gambino a Barone di Villagrande il passo è breve l’accoglienza impeccabile come sempre. Ad attenderci dopo il giro della Cantina, la cucina tradizionale e territoriale (con però l’obiettivo di
evolvere sulla contemporaneità), di Vittorio Caruso. Un ottimo Etna Rosato dalla persistenza sostenuta e dalla spiccata sapidità, è stato senza dubbio il mio preferito della degustazione che ci ha trasportato
nell’universo tranquillo ed ovattato della qualità vitivinicola.

Intorno a noi, mentre il mondo dei social era stato reso muto dal crash più lungo degli ultimi 5 anni, tutti gli elementi naturali si erano scatenati con la forza di un uragano che ha sradicato alberi, interrotto collegamenti elettrici, distrutto parabrezza, ma non ha impedito a Ciro Biondi di aprirsi un varco con il suo fuoristrada per venire da noi in Cantina munito dei suoi vini, per non mancare alla degustazione che ci era stata promessa. Come dire Maometto non va alla montagna… In alto i calici, quindi, brindando alla sua simpatia e coraggio, con il corposo Cisterna fuori e il croccante e mieloso Pianta.

Placati gli animi inquieti di Madre Natura, è arrivato il momento del commiato, perché al Relais San Giuliano ci aspettava una “cena ad unico ingrediente Cavolo Trunzo”, ma questa è un’altra storia…

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