Il Salone del gusto attraverso i miei occhi di Giuseppe Patti

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Provate a chiedere a chi è andato a Torino per fare business (accollandosi costi degli stand non proprio da
fiera di provincia…) cosa pensa della prima edizione del dopo ventennale, ma chiedeteglielo a distanza…
rischiereste di farvi male!

Quando una manifestazione chiude, si fanno sempre dei bilanci, positivi o negativi che siano. Per il Salone
del Gusto – Terra Madre 2018, i bilanci possibili sono due, diametralmente opposti.
Provate a chiedere a chi è andato a Torino per fare business (accollandosi costi degli stand non proprio da
fiera di provincia…) cosa pensa della prima edizione del dopo ventennale, ma chiedeteglielo a distanza…
rischiereste di farvi male!
Questo perché, lo posso testimoniare io, a malapena hanno coperto la metà dell’investimento sostenuto
per esserci. Colpa di una comunicazione per niente capillare (come un tempo), ma colpa anche della
“pesante” eredità dell’edizione 2016, svoltasi in centro a Torino, che è stata una vera e propria festa di
popolo, con numeri da capogiro. Metteteci pure che dopo il finimondo avvenuto durante la finale di
Champions League dello scorso anno, tutto è cambiato e organizzare eventi è diventato un districarsi tra
norme spesso assurde e fin troppo stringenti. Fatto sta che l’organizzazione ha cercate mille alibi da
propinare gli standisti, ai quali per contro sono rimasti mille debiti!
Sul piede di guerra sono soprattutto i titolari dei birrifici che hanno affollato la zona delle cucine di strada,
incassi giornalieri nell’ordine delle centinaia di euro, roba che nemmeno alla “Sagra della papera di
Carassai”!
Posticipare la chiusura della zona esterna dell’Oval a mezzanotte, ma ostinarsi a tenere un biglietto di
ingresso di 10 euro e un costo del parcheggio di 7 (sette!) euro per appena quattro ore, ha scoraggiato tutti.
Ma proprio tutti eh!
Quindi su questo Salone dobbiamo stendere un velo pietoso e bollarlo come un fallimento totale?
Ma nemmeno per sogno!
La festa del cibo di Slow Food si conferma una grande vetrina, un vasto punto di incontro di culture, di genti
provenienti da tutte le parti del mondo. Per quattro giorni si è dibattuto sui grandi cambiamenti climatici in
atto, sul nuovo modo di intendere l’agricoltura e rispettare il territorio, una necessità ormai più che una
virtù. I piccoli presidi, gioielli da difendere con le unghia e con i denti, si sono messi in mostra dinanzi a
centinaia di migliaia di persone.
Una cosa è certa: tra due anni vedremo tutto un altro Salone. Quello che abbiamo imparato a conoscere
negli ultimi ventidue anni, infatti, andrà in archivio, il ché, diciamolo, non è necessariamente un male.
Semplicemente, Slow Food ha ottenuto l’obiettivo che si era prefissata tanti anni fa: aumentare la
consapevolezza nel consumatore e spingere la distribuzione (anche la Gdo) a rivolgere la propria attenzione
verso la qualità dei prodotti e la loro origine e tracciabilità. La strada da fare è ancora tanta, ma una fiera
del Gusto dove i piccoli produttori sperano di fare business con prodotti che vendono già sotto le insegne di
grandi marchi commerciali (Eataly su tutti) non serve più. Serve e continuerà a servire un grande Forum
mondiale sul cibo, sulle risorse naturali e sulle storie che si celano dietro i produttori, i territori che li
ospitano e le persone che li abitano, perché la nostra “TerraMadre” ha ancora, più che mai, bisogno di
cure…

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