Liana Cannata, l’Arte Bianca quale volano della valorizzazione territoriale

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L’Arte bianca a Messina è fatta di volti, di tradizioni che s’intrecciano inesorabilmente con realtà tecnologiche di avanguardia, arricchite dalla sapienza ereditata dalle mani di grandi maestri panificatori.

E’ il caso del Forno Cannata che da tre generazioni opera nella città dello Stretto trasfondendo nei propri prodotti, un atavico amore per il Territorio che traspare delle eccellenti materie prime utilizzate, tutte rigorosamente legate alla Sicilia.

A parlarci di questa storica attività è Liana Cannata, giovane imprenditrice formatasi al Nord e poi, novella Capinera verghiana, tornata al proprio “nido”, irresistibilmente attratta dal richiamo del legame familiare.

  • E’ esattamente così: realizzarmi altrove forse mi sarebbe anche piaciuto, ma sentivo di tradire i sacrifici fatti dai miei familiari per portare avanti un’attività che affonda le proprie radici negli anni ’50. Fu mio nonno Salvatore Cannata, infatti, che nel 1962, dopo avere lavorato come apprendista nel panificio dello zio, avviò con la moglie Lilla, un percorso in proprio, mettendo a disposizione dell’intera città di Messina la sua passione per il settore. Oggi sono mio padre e mio zio (Giovanni e Renato) a portare avanti l’azienda di famiglia, con la collaborazione mia e dei miei cugini che ci occupiamo maggiormente della parte marketing e comunicazione.

Ritieni sia cambiato negli ultimi anni il modo di approcciarsi all’arte della panificazione?

  • No, il principio è sempre quello, si fanno più turni, si hanno a disposizione più attrezzature, ma il concetto è sempre il medesimo. A cambiare è stata la clientela: ci troviamo a trattare con consumatori attenti ed informati, che prediligono, ad esempio, pani di grani antichi e lievitazioni naturali e lunghe.

Insomma, resta il pane il vostro prodotto di punta?

  • In realtà, nonostante per ovvi motivi in questo momento sia il prodotto più venduto, è la focaccia il nostro cavallo di battaglia. Devi pensare che già mio nonno negli anni ’80, ebbe la lungimiranza di sdoganarla da prodotto da vendere solo nel weekend, per renderla disponibile tutta la settimana e in varietà diverse dalla “tradizionale”, margherita e capricciosa. Ad oggi ne contiamo più di venti tipologie, fatto che ci ha reso conosciuti in tutta la provincia.

Avete diversi competitor però…

  • Logisticamente non molti, qualitativamente in città sono tanti i colleghi che hanno il nostro stesso rispetto per la materia prima. Ecco, magari qualcuno ad oggi è stato più bravo di noi ad investire sul marketing della comunicazione, ma da questo punto di vista stiamo cercando di recuperare.

E’ difficile farlo in tempo di Covid?

  • Beh, facile non lo è di certo. Il virus ha accelerato questo processo di “esposizione mediatica” che cercavamo di migliorare. Oggi stiamo investendo sulla parte social poiché l’e-commerce è diventato uno strumento di vendita imprescindibile. Il look down ci ha costretto a rimodulare la nostra realtà lavorativa, costringendoci a non fare conto sulla sala da 250 posti a sedere, facendoci accostare a realtà come Move-it per fare le delivery, prima, e investendo su social ed e-commerce, poi, per avvicinarci anche ai clienti più lontani. Fortunatamente questa estate oltre al responso cittadino abbiamo potuto contare sull’afflusso seppur modesto, dei turisti, che ci ha consentito di non soccombere alla crisi. Purtroppo da Ottobre in poi la situazione è tornata in stallo, ma non ci siamo arresi, abbiamo ideato l’aperitivo a domicilio, abbiamo incrementato la pubblicità dei nostri prodotti e continuiamo a farlo.

Insomma si può dire che siete all’avanguardia nel rispetto delle tradizioni.

  • In un certo senso sì: abbiamo un patrimonio di prodotti tipici (pensiamo allo street food, ai biscotti, alla focaccia) che possono essere valorizzati e spesi per portare lustro al territorio. Anche per questo siamo stati fra i soci fondatori di ITS Albatros perché crediamo che Messina abbia grandi potenzialità territoriali e aziendali, soprattutto legate all’Agrifood, quindi, quale miglior occasione di legarsi ad una Istituzione che faccia da volano allo sviluppo della nostra cittadina? Creare una memoria storica dal punto di vista culinario e affermare attraverso i prodotti tipici la nostra “messinesità” è uno dei nostri sogni.

E quali sono gli altri?

(Sorride malinconicamente e con gli occhi lucidi mi regala un istante di speranza)

  • Al momento il mio desiderio più grande è rivedere la sala affollata di gente felice che festeggia anche “solo” il piacere di stare insieme. Non è una questione di mancato guadagno, ma di mancato rapporto sociale, è triste vedere quelle mura “ingrigirsi” per la mancanza di gioia a colorarle. Il nostro Street Food è sinonimo di celebrazione, di unione: consumarlo non è meramente nutrirsi è un rito di convivialità ed è tristissimo non poter fare nulla al riguardo, se non sperare che la nostra vita torni presto ad essere vissuta.

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